Rassegna storica del Risorgimento

Risorgimento. Storiografia
anno <2001>   pagina <104>
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104 Thies Scbuly
Nel Regno d'Italia il culto del Dante nazionale raggiunse l'apice nel decennio dopo il 1860. Nei ventennio successivo non vi furono celebrazioni per il poeta degne di essere menzionate. Benché proprio dopo lì trasferì* mento della capitale a Roma pullulassero dappertutto, come funghi, i mo­numenti ai diversi grandi della nazione, dopo il 1874 non vennero erette altre statue di Dante nelle piazze delle città del Regno. Anche dall'esame di svariate pubblicazioni risulta che il valore simbolico nazionale di Dante andava scemando. Il poeta Giosuè Carducci, ad esempio, sottolineò nella sua opera Dello svolgimento della letteratura nazionale non affatto negando la italianità di Dante che l'opera del Petrarca sarebbe stata più importan­te, per la nazione italiana, di quella dantesca.23) Anche il fatto che ormai potevano apparire libri dal titolo Cretinerie di Dante e dei Dantisti e Le brui­tele di Dante, i quali mettevano in dubbio il valore letterario delle allegorie del Poeta24) dieci anni prima ciò sarebbe stato impensabile ebbene anche questo fatto dimostra il progressivo sminuire del suo prestigio come simbolo nazionale. Le cause di tale svolta sono molteplici e necessitano di un'analisi più profonda che, allo stato attuale delle mie conoscenze, non posso ancora effettuare. Vorrei comunque proporre per la discussione alcune spiegazioni possibili.
Ebbe certamente un suo ruolo la nuova situazione linguistica. Su ini­ziativa del ministro dell'istruzione pubblica Emilio Broglio, che aveva istituito un'apposita commissione suddivisa in due sezioni, si realizzò il Nuovo vocabolario della lingua italiana secondo i dettami di Alessandro Man-zoni. E vero che con ciò la questione della lingua non fu per niente risolta, tuttavia veniva scartata definitivamente l'opzione di scegliere Dante quale modello per la lingua italiana contemporanea.25) Ma già prima la normativa
>) G. CARDUCCI, Dello svolgimento della letteratura nazionale, a cura di V. GATTO, Roma, 1988, in particolare p. 96.
2*J P. BELLEZZA, Curiosità dantesche, Milano, 1913, pp. 496 e segg.
25J Di fronte alle rimostranze da parte di alcuni intellettuali, che Manzoni nella sua Re-tasgone al Ministero della Pubblica Istruitone non avesse menzionato il trattato linguistico di Dante De vulgati eloqmntìa, questi si sentiva costretto a giustificarsi; come presidente della commissione égli scrisse sul trattato di Dante: Dante era tanto lontano a pensare a una Lingua italiana nel comporre il libro in questione, che alla cosa proposta' in quello non dà mai fl nome di Lingua. La chiama "Il Volgare che in ogni città dà sentore di sé, e non s'annida in nessuna". [...J E poco dopo "l'illustre, cardinale, aulico, cortigiano Volgare in Italia, che è d'ogni città italiana, e non par che sia di nessuna": "Illustre, cardinale, auliaim et curiale Vulvare in Latto, quod omnìs Latiae civitatis est, et nullius esse videtur. Lingua, mai". Lettera di A, Manzoni a R. Bonghi, in Le opere latine di Dante AUigbìeri reintegrate nel testo con nuovi commenti, voi. 1: De vulgati eloquentia e De Monarchia, a cura di G. GIULIANI, Firenze, 1878, pp. 3-10. Vedi, inoltre, la lettera di G. Giuliani a Manzoni (25 marzo 1868), ivi, pp. 11-16, dove protesta contro ila posizione di Manzoni.