Rassegna storica del Risorgimento
BELLI GIUSEPPE GIOACCHINO ; LETTERATURA
anno
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1923
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pagina
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325
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Gioacchino Belli " Censore " e f no érnfo aerate 325
con un disprezzato servizio quando non ne avesse avuto più bisogno! E poi, durante tutta la sua vita in quali uffici servì il Belli? Eorse che gli Spogli Ecclesiastici e il Bollo e Begistro non erano uffici pontifici? Eppure Belli vi si era sottoposto senza nessun fremito di sdegno. Lo Gnoli (1) dice che nella istanza- involta al Papa in tale occasione dal Belli, questi aveva usato espressioni che, quantunque d'uso comune nella Corte di Eoma, non mi paiono troppo tollerabili nel Belli . E soggiunge, anche lui come il Morandi, che di questi atti poco dignitosi di lui, è bello cercarne se non la giustificazione almeno la scusa nelle sue lettere al figlio .
D'altronde i sentimenti del Belli si vedono più chiari nel fortunoso periodo che il governo pontificio attraversò quando la rivoluzione del '48 costrinse Pio IX a fuggire. Il liberale, il patriota, invece di ringraziare coloro che avevano esaudito il suo desiderio, liberandolo da un governo odiato, li dispregia, si fa loro giudice e, chiuso in casa, aspetta ed invoca il ritorno del Papa e quando questi ritorna a Eoma, egli scrive il sonetto italiano Padre del Giel, dopo i temuti giorni e nello stesso tempo fa girare manoscritto un ingiurioso sonetto a G. Mazzini. Gli eccessi del '48 gli fecero scrivere che nella rivoluzione si era compendiato quanto di fellonesco, di barbaro, di abbietto abbia saputo mai osare la depravata coscienza dell'uomo .
È naturale che in questa epoca egli non scrivesse più sonetti romaneschi: gli avvenimenti politici, gli acciacchi della vecchiaia e delle malattie, i dolori morali gli impedivano di girare, come una volta, fra la plebe, per raccogliere i suoi sonetti, e veniva così a mancare la materia della sua opera. Egli chiudeva nel '54 definitivamente la sua carriera letteraria incominciata con una traduzione di Salmi, con la traduzione degli Inni del Breviario Bomano, dedicati a Pio IX
Il Belli durante la sua vita, per ragioni ovvie, non pubblicò mai i suoi sonetti: egli si limito a leggerne o a recitarne qualcuno ai suoi amici, che spesso li andavano ripetendo, ma non fece mai girare nulla di suo né manoscritto, né stampato col suo nome. Egli scriveva i suoi sonetti per raccogliere i sentimenti del popolo e lasciare ai posteri un ritratto della plebe romana, sua contemporanea: ma non ebbe mai l'idea di divul-
(1) D. GNOLI, Op. oit., pag.