Rassegna storica del Risorgimento
BELLI GIUSEPPE GIOACCHINO ; LETTERATURA
anno
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1923
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pagina
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348
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Luigia Bivetti
è lo scorgere in esse lo stesso minuzioso osservatore dei Sonetti , che non si ferma alla superfìcie, ma indaga ì più piccoli fatti e scrupolosamente bandisce dalla scena parole, innocenti sì, ma che possano avere una qualche lontana allusione offensiva alla religione, alla morale, il la censura di un uomo che ha vissuto, come il Belli, una vita onesta, ma ristretta, pura di macchie e che rifugge da ogni atto, da ogni espressione men che rispettosi verso superiori, credenze, costumi. L'osservazione minuziosa, che ha reso i suoi sonetti capolavori psicologici, poiché in essi è tutta l'anima e tutto il pensiero del popolano romano dei tempi di Gregorio XVI e di Pio IX, si risolve qui, Certo, in pedanteria; pedanteria che qualche volta cade nel ridicolo come sempre avviene quando la si vuole spingere all'eccesso. Ma questa espressione di ridicolo, che a volte vediamo nelle censure del Belli, non è maggiore di quella a cui arrivavano gli altri censori, come invece afferma lo Gnoli, quando dice: La censura di quei tempi, già ridicola pei suoi eccessi, < pareva troppo larga e tollerante al nostro Belli (1). Il Belli invece si mostra provvisto delle identiche idee, riguardo alla convenienza di rappresentare o non un'opera teatrale e al metodo delle correzioni degli altri censori pontifici. Suggerisce talora delle idee nuove e fa anche qualche apprezzamento, a volte in tono scherzoso, a volte in tono serio, sui metodi dell'attuale censura. Dai suoi scritti sembra che egli avesse la carica di revisore ecclesiastico (quantunque però di solito essa si dasse ad un ecclesiastico), ma molte volte giudica le produzioni anche dal lato politico. Dalla lettera, già citata, del Oeccacci si arguirebbe che il Belli dovesse avere l'incarico di esaminare queste produzioni dal lato della morale politica >.
Biportandomi di nuovo al giudizio dello Gnoli su queste censure, tengo a far notare come dall'esame di questi voti e dallo studio della censura teatrale pontificia contemporanea al Belli, non appaia un Belli più ridicolo dei suoi colleghi revisori ma piuttosto un Belli più riflessivo.
Nelle sue osservazioni, acute e profonde, noi non troviamo quell'eccesso di zelo, frutto di ' una superficiale revisione che cade ben presto nel ridicolo, ma un eccesso di zelo che risulta da giudizi e riflessioni che, nonostante la nostra condizione di
(1) D. GNOLI, Op. oit, pag. 496.