Rassegna storica del Risorgimento

1848 ; LUCERA
anno <1923>   pagina <406>
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406 Ernesto Pontieri-
vi concorse tutta la Triade sacrosanta, cioè Iddio come Padre, Iddio come Figlio, Iddio come Spirilo Santo. Ed oh, la grande dignità delVuomo! Osereste voi avvilire voi stessi colla schiavitù, se chi vi ha creato a sua somiglianza, è libero ed indipendènte? Come sareste simili a questo Dio, che fu ed è il vostro originale, senza affratellarvi fra voi e giurare odio perseverante ai tirami? Sì, si, poiché il giurammio è richiesto dalla stessa nostra dignità, che non deve avvilirsi, e della libertà che Iddio ci ha dato e che dobbiamo sostenere! .
Per ultimo, un reciproco abbraccio fraterno chiudeva la ce­rimonia, che doveva offrire l'aspetto d'un vero rito religioso.
H primo Presidente della Propaganda lucerina fu D. Giu­seppe Melchiorre, al quale la morte, che io colse nel novembre del 1848, risparmiò l'estremo dolore di visitarlo in una galera. Oratore ne fu il sacerdote D. Baffaele De Troja, già cappuccino, uomo, come dicono, che all'attaccamento sincero alla religione, di cui era ministro, accoppiava un'invincibile amor di patria. Poi D. Giuseppe Tucci ebbe le mansioni di cassiere, e D. Giuseppe Hiceto quelle di segretario, a cui era riserbato il difficile com­pito di mantenersi in corrispondenza con gli altri focolari di co­spirazione e d'insurrezione.
FlGUBB DI PATEIOTI LUOEBQU.
D. Giuseppe Melchiorre discendeva da una distinta famiglia lucerina, che, per la causa della libertà e per l'indipendenza della Patria, sacrificò il vistoso patrimonio domestico. Bepubbli-cano per convinzione, anzi fervente mazziniano, aveva tentato ogni mezzo per infondere nell'animo dei suoi conterranei i grandi ideali e i nobili sentimenti dell'età che fu sua.
Ma solo pochi eletti intesero la passione che scaldava quel­l'anima indomita, che le peripezie del tempo invano cercarono di frenare. Ben due volte, nel 1820 e nel 1828, era stato sotto­posto a processo per reati politici. E una terza volta sarebbe certamente incorso in una condanna alle forche, se la morte non lo avesse rapito quattro mesi innanzi che nei lacci della reazione borbonica cadessero i due suoi figliuoli, D. Francesco e D. Baf­faele, entrambi educati alla medesima religione, che aveva scal­dato il cuore del padre loro. Il quale, purtroppo, in quei cupi tempi di tirannide, ebbe la mala ventura di non esser compreso